sabato 12 marzo 2011
I Ragni
19:17 | Pubblicato da
Pensatore silenzioso |
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I razionalisti, come i ragni, ricavano da se medesimi la loro tela.[Bacone]Bacone vuole dire con questa frase che i razionalisti, cioè coloro che traggono conclusioni partendo dalle proprie idee e usando la logica o le deduzioni, non fanno nulla di concreto.
La tela viene bellissima, perfetta in ogni sua parte e da qualsiasi parte venga guardata. Funzionale, efficiente, come il Cavaliere Inesistente di Calvino. Ricca di collegamenti, di diramazioni, di ritorni al principio. Però, tutta questa perfezione c'è finché la tela deve confrontarsi con esseri deboli, come qualche piccolo insetto.
La fisica Aristotelica (bersaglio della critica di Bacone), era accettata come perfetta fino a quando un tizio di nome Galileo, o chi per lui, mette in crisi il sistema. E così un sassolino rompe la tela.
Questo dovrebbe insegnarci che seppure si è bravissimi con la logica, con le deduzioni, con il metodo, bisogna sempre partire da ciò che è, non da ciò che pensiamo essere. Perché altrimenti, prendendo anche una sola idea per vera quando invece è falsa, e tutta la tela crolla.
Bacone paragona poi gli empirici, cioè coloro che partono nei sensi e si affidano solo ad essi, alle formiche, le quali accumulano ma non producono. Per lui invece il filosofo deve essere come le api, le quali prendono il nettare dai fiori e lo rielaborano, producendo miele.
Per lui il filosofo deve innanzi tutto attingere dati dalla realtà, e poi da questa ricavare informazioni e concetti.
Quindi né si può accumulare dati e non elaborarli (che secondo me coincide con il non fare filosofia), né fare filosofia a partire dai concetti, senza una base empirica.
venerdì 25 febbraio 2011
Il commerciale
14:41 | Pubblicato da
Pensatore silenzioso |
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[...]Infine abbiam la musica commerciale.. che già definirla musica è un offesa per chi di musica se ne intende e per chi di musica buona ne ha fatta tanta (Dire straits, Led Zeppelin a vogliaaa xd)... Dicevo questo "genere" riguarda quelle canzonette fatte apposta su misura per un dato pubblico.. per i giovani ad esempio abbiamo un vasto assortimento di m***a che "affascina" tanti ragazzini e fa vendere milioni di dischi.. Mi fa soltanto schifo questa cosa, a cosa siamo arrivati? E pensare che ce n'èè di roba buona in giroo ma nessuno li pubblicizza quelli..Da Yahoo Answer
è arrivata nelle nostre radio la musica “commerciale” che per gli amanti dei vecchi stili più complessi è stato uno “shock”. In conclusione vorrei precisare che la musica “commerciale” non è del tutto la distruzione dei generi passati ma una forma di musica adatta alla massa. Bisognerebbe che le case discografiche puntino meno al guadagno ma più a fare un prodotto di qualità e alternativo.Da Repubblica@Scuola
Entrambe le citazioni trattano di "musica commerciale", ma voglio subito ampliare il campo: esistono siti commerciali (facebook, google, yahoo, libero, virgilio per citarne di famosi), blog/forum/siti commerciali che vedono in Google Adsense un modo per fare soldi, scrivendo solo di quelli che sono gli argomenti più clickati della rete (o peggio, usando parole chiave per le pubblicità che pagano di più), libri commerciali (la maggior parte della critica inserisce in questa categoria libri come Twilight o i libri della Troisi), i film sono praticamente tutti "commerciali", i canali televisivi (anche quelli che dovrebbero essere di stato) sono solo un modo per fare soldi, il calcio è tutto un business.
Insomma, sembrerebbe che nessuno fa nulla se non per i soldi. Però detto così è banale, superficiale, stupido anche. Diciamo piuttosto che tutti hanno fatto in modo che le proprie passioni, i propri hobby, diventassero un modo per racimolare qualcosa (pochi euro nel caso degli adsense, migliaia con la musica, milioni nel caso del calcio, dei film e di alcuni siti come Google).
Ora, se ho capito bene, viene definito commerciale ciò che ha come fine il guadagno. Bene, in pratica tutto. Se vogliamo restringere la cerchia, diciamo che è commerciale ciò che viene creato in modo da avere un pubblico vasto e pagante. Il prodotto deve quindi piacere, deve spingere il pubblico a pagare (il biglietto nel caso del Cinema, un disco nel caso della Musica. Nel caso dei siti e del calcio sono gli Sponsor il pubblico, credo sia evidente il perché). Il prodotto ne risulta ovviamente mutato, perché l'autore non mira alla quantità dei libri che vende. Questo non vuol dire che lo scrive male, o che dedica meno attenzione alla qualità. Vuol dire solo che lo scriva in modo che piaccia.
Ebbene, smettiamo tutti di usare Facebook, Google? Smettiamo di andare al cinema? Non guardiamo più il calcio così gli Sponsor smettono di pagare cifre esorbitanti per mettere dei loghi sui giocatori? Non leggiamo libri come Twilight, pieni di scene romantiche e sdolcinate, scritte apposta per attirare giovani lettrici e vendere più copie?
Un momento però. Gli elementi aggiunti per vendere, quelli che rendono il prodotto "commerciale" devono essere elementi che piacciono e attirano, altrimenti non li inseriscono. Di cosa ci lamentiamo, allora? Del fatto che il prodotto viene rifinito per piacerci di più?
Cambiamo punto di vista. Diciamo che ora siamo degli appassionati di musica o di un altro dei campi sopracitati. I nostri gusti non sono quelli della massa, quindi i prodotti che ci piacciono maggiormente sono meno popolari, meno facili da trovare, meno pubblicizzati. E allora? Di cosa ci lamentiamo? Funziona così il mondo: l'investimento che si fa su un prodotto è direttamente proporzionale al guadagno che ci si aspetta, il quale è a sua volta proporzionale al pubblico cui si mira. Se il pubblico è il solo, piccolo, gruppo cui appartengo, mi devo accontentare della piccola scala su cui è prodotto ciò che mi piace, non devo lamentarmi appena ne ho l'occasione dei gusti della massa. i gusti sono gusti, e non possiamo provare a cambiare i gusti degli altri.
Visto che arrivati a questo punto mi sembra superfluo ampliare il discorso, e visto anche che il post è già troppo lungo, vi lascio con delle domande, che pure andrebbero esaminate. Chi decide cosa è commerciale e cosa non lo è? Gli elementi introdotti sono sempre a discapito della qualità?
venerdì 18 febbraio 2011
L'Ateismo per un Vescovo
17:37 | Pubblicato da
Pensatore silenzioso |
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Sarò pure di parte, ma questo mi sembra uno stupro alla decenza. Ho sempre ascoltato e discusso con chi non la pensa come me, un po' come gli Umanisti, io mi diverto a dibattere. Anche per questo è nato questo blog, ma vabbeh.In tempi di Avvento parliamo di ateismo, sembra una provocazione. "Non lo é affatto", dice il monsignor Arduino Bertoldo. Che cosa é l'ateismo? "uno stadio nel quale si vive come se Dio non esistesse, si rinnega Dio. Alcuni lo fanno per crassa ignoranza, altri, più pericolosi, con argomentazioni falsamente umanistiche, altri ancora per moda. Tutti sono fuori della grazia di Dio e si allontanano dal piano di Dio volontariamente".Che cosa produce l'ateismo? "infelicità e immoralità. Conosco degli atei che vivono rettamente e forse meglio dei cristiani dal punto di vista della pietà, ma in genere l'ateismo é una grave degenerazione, significa condurre una esistenza isolata, senza speranza, grigia e limitata. Mi domando, ha senso la vita di un ateo? La mia risposta é comunque sì, perché con la nostra preghiera e la grazia di Dio può sempre convertirsi".Generalmente la conversione avviene in punto di morte: "quando si ha paura del bilancio. Ma meglio tardi che mai, Dio non dice no a nessuno".
Che un Vescovo chiami "ignorante" un ateo, è cosa assodata ormai. Che le argomentazioni degli atei (perché gli atei, almeno loro, argomentano) siano considerate inutili seppur sono tutte reali, è normale. Che si pensi all'ateo come a qualcuno che segue una moda è del tutto errato, ma ancora siamo nella decenza. Si sfora decisamente, però, quando si dice che l'ateo è infelice o immorale. Però il Vescovo non vuole mica fare di tutta l'erba un fascio, lui conosce qualche ateo retto. Eh sì, come dire "In fondo, non tutti gli ebrei erano da bruciare".
Però il Vescovo ci rassicura, a noi atei, dicendo che tanto loro pregano per noi. Mah! Eviti pure, monsignore.
Ricominciamo dalla stessa domanda che ha dato inizio a questo abominio. Cercherò di essere obbiettivo, piuttosto che scrivere cosa davvero penso.
Che cosa produce l'ateismo? Un ateo semplicemente non crede che ci sia qualcosa al di sopra, qualcosa che abbia dato un senso alla vita, che ci abbia creati di sua volontà. Un ateo non ha un Dio cui affidarsi nei momenti difficili. Un ateo non crede che dopo la morte ci sia qualcosa. Fino a qui, sembra quasi che diventare atei sia una scelta stupida. In primis, c'è da precisare una cosa: non si diventa atei per scelta. Per scelta si inizia un percorso che porta a riflettere, a mettere in discussione. Ma alla fine di questa discussione, un futuro ateo sente che non c'è nulla di trascendente al mondo, ed è ormai troppo tardi per tornare indietro.
Comunque, quali sono gli aspetti positivi dell'ateismo? Un ateo non si sente osservato 24 ore. Un ateo non pensa che ci sarà qualcuno a risolvere i problemi per lui, si rimbocca le maniche e cerca di provvedere. Un ateo non ha paura di un giudizio universale, di una punizione divina, di andare all'inferno. In merito a quest'ultimo punto, c'è da precisare una cosa. Una cosa che diceva Pomponazzi, con cui sono pienamente d'accordo. Fare opere buone perché si pensa che ci sia un premio alla fine, è meno virtuoso rispetto al farle sapendo che non c'è alcun premio. Se una persona è buona, le opere buone le fa indifferentemente dal premio, e se invece una persona fa cose buone solo per avere il premio, beh, Dio non può essere ingannato: è onnisciente!
Inoltre, un Ateo non deve obbedire ad alcun comandamento impostogli, non ha alcuna cerimonia da seguire, non deve vergognarsi di tutti gli scandali compiuti in nome di una fede, quale che essa sia: tutte hanno i loro nei.
Detto questo, non voglio aggiungere alcuna conclusione. Volevo solo dare una risposta al Monsignor Arduino Bertoldo, visto che non posso commentare l'articolo da cui è presa la parte citata (questo). Ci sarebbe da parlare anche del resto dell'articolo, ma me lo riservo per un altro post.
sabato 12 febbraio 2011
Il Curioso caso di Benjamin Button
15:34 | Pubblicato da
Pensatore silenzioso |
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Devo dire la verità, prima di vedere questo film ero abbastanza scettico e molto poco speranzoso. Vedere un film lungo quasi tre ore costruito su una trama che mi sembrava di base "banale" e che mi interessava solo per quanto concerne la realizzazione delle idee, non è da me. Però vuoi un po' per l'attore principale, vuoi per lo scalpore da voi citato, ho deciso di vederlo.
Be', è sorprendente. L'inizio, diciamo quando ancora Benjamin è anziano, il film è molto lento e quasi noioso. Mano mano che passa il tempo e che Benjamin ringiovanisce, il film accelera, su diversi piani: si intensifica il susseguirsi degli eventi, aumentano i punti su cui riflettere, si districano diversi nodi creati in precedenza.
E il finale è fatto tanto bene che risulterebbe commovente a prescindere dalle prime parti... cioè, e lo scrivo perché credo di non rovinare la sorpresa a nessuno: è un bimbo e non ricorda nulla, poi è praticamente un neonato e riceve le cure opportune, e il finale, quando la protagonista femminile(di cui non ricordo il nome) dice che negli occhi del bambino si vede che ha ricordato tutto. Insomma, impossibile non piangere e non riflettere. Riflettere non sollo sulla vita e sul suo scorrere, tema trattato ampiamente e che sembra sviluppato proprio per permettere a chi vede il film di finire da solo le riflessioni. Fa riflettere sull'amore tra un uomo e una donna al di là delle età, ai pregiudizi della gente, alla debolezza di un padre che rifiuta un bambino deformato e all'amore di una donna che adotta lo stesso bambino pur pensando che morirà a breve. Fa riflettere su tante cose, non dando nulla per scontato, non indirizzando in nessun modo il destinatario.
Da vedere assolutamente.
Be', è sorprendente. L'inizio, diciamo quando ancora Benjamin è anziano, il film è molto lento e quasi noioso. Mano mano che passa il tempo e che Benjamin ringiovanisce, il film accelera, su diversi piani: si intensifica il susseguirsi degli eventi, aumentano i punti su cui riflettere, si districano diversi nodi creati in precedenza.
E il finale è fatto tanto bene che risulterebbe commovente a prescindere dalle prime parti... cioè, e lo scrivo perché credo di non rovinare la sorpresa a nessuno: è un bimbo e non ricorda nulla, poi è praticamente un neonato e riceve le cure opportune, e il finale, quando la protagonista femminile(di cui non ricordo il nome) dice che negli occhi del bambino si vede che ha ricordato tutto. Insomma, impossibile non piangere e non riflettere. Riflettere non sollo sulla vita e sul suo scorrere, tema trattato ampiamente e che sembra sviluppato proprio per permettere a chi vede il film di finire da solo le riflessioni. Fa riflettere sull'amore tra un uomo e una donna al di là delle età, ai pregiudizi della gente, alla debolezza di un padre che rifiuta un bambino deformato e all'amore di una donna che adotta lo stesso bambino pur pensando che morirà a breve. Fa riflettere su tante cose, non dando nulla per scontato, non indirizzando in nessun modo il destinatario.
Da vedere assolutamente.
giovedì 30 dicembre 2010
Vecchiaia et similia
11:24 | Pubblicato da
Pensatore silenzioso |
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Sono decisamente contrario alla vecchiaia. Penso che non la si debba raccomandare a nessuno.Dopo questa lunga pausa, dovuta a diversi fattori, ricominciare a scrivere citando Woddy Allen è facile. Fin troppo facile, anche perché questa massima rispecchia un pensiero che ho da molto tempo che però sono sicuro sembrerà da pazzi, o almeno lo sembrerà prima che avrete ascoltato la spiegazione.
[Woody Allen]
Perché aspettare la morte naturale? Aspettare le rughe, gli acciacchi, i malanni, la debolezza, la malattia, la pensione, la mancanza di energia che è la vecchiaia? E' così triste...
Quando vedo persone molto vecchie camminare, o meglio zoppicare, mi rendo conto che stanno facendo un bello sforzo, e li ammiro per questo. Però perché vivere questa vita fino i fondo, se il finale è così tetro? E' comunque un vivere di più, certo, meglio della morte, forse. Però sarebbe così sereno scegliere quando ormai è giunta l'ora, morire senza aver provato l'essere vecchi, aver goduto della parte migliore della vita e morire quando si è felici.
A proposito di questo... Alla maggior parte delle persone colpisce un cambino che ride perché è felice. A me no, non colpisce per nulla. I bambini non sanno niente, ovviamente, e se ridono lo fanno per qualche motivo che di sicuro non farebbe ridere noi, tanto meno ci renderebbe felici. Ma se è un anziano a ridere, che gioia...!
Lui, o Lei, ha vissuto parecchi decenni, conosce parecchie cose della vita, ed è felice. Questa è una vittoria, un segnale di speranza, non certo un lattante che ride. Lui ce l'ha fatta. Ha affrontato la maggior parte della sua vita e ne esce con un sorriso. E' un sorriso consapevole, questo è il punto. Si dice sempre che chi più sa, meno motivi ha per essere felice (magari lo si dice scherzosamente, eh!) e famosa è l'espressione "Beata ignoranza!". Beh, un anziano che ride mi rende felice, tutto qui. Ora torno al post, stavo divagando.
L'essere umano non è geneticamente predisposto a vivere fino ai 70/80 anni, se arriviamo a queste età è solo grazie alle condizioni di vita che abbiamo creato e che ci permettono di andare oltre il naturale. Ma a conti fatti, ad una certa età, non si vive più nel vero senso della parola. Perché si perdono tante cose del vivere, come ad esempio poter pianificare per il futuro, il che per quanto sia una perdita di tempo, è comunque uno stimolo a guardare avanti.
Non sto a parlare di come morire e della questione etica, prendo come assunto che ognuno può fare della propria vita ciò che vuole.
Altri benefici dello scegliere quando morire? Sparisce la paura di morire, quella di soffrire, si muore con una semplice iniezione mentre siamo imbottiti di morfina, non portiamo con noi nella tomba l'amarezza dei tempi andati, non siamo stati un peso per le nostre famiglie negli ultimi giorni, abbiamo potuto consolare i nostri cari e prepararli alla nostra morte. A quel punto saremmo padroni non solo della nostra vita, ma anche della nostra morte. Insomma, mi sembra quasi utopico.
venerdì 10 dicembre 2010
Socrate e compagnia bella - Luciano De Crescenzo
19:17 | Pubblicato da
Pensatore silenzioso |
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Socrate e compagnia bella di Luciano De Crescenzo è una lettera scritta con amore dall'autore al nipote Michelangelo, cui vuole lasciare ciò che ha appreso dai filosofi più noti. L'amore che riempie queste righe si vede nella meticolosità nel ridurre i concetti ai loro minimi termini per poterli rendere comprensibili a chiunque e in particolare ad un ragazzino di 14 anni.
De Crescenzo racconta, tra glia ltri, alcuni temi fondamentali quali l'Amore, la Conoscenza, l'Amicizia, il Peccato. Però il libro non è uno sterile saggio: è pieno di sofferenza quando l'autore racconta alcuni episodi della sua vita e alcuni suoi pensieri, passione quando descrive i precetti cui più tiene, speranza quando si raccomanda al nipote, ironia, in alcuni passaggi, che riuscirebbe a tenere viva l'attenzione anche del più svogliato tra i lettori. E queste emozioni escono dalle righe come fossero emanazioni, senza celarsi, senza nascondersi dietro retorica o sofisticatezza. E' una lettera, non un libro, e onestamente anche io ne avrei voluta ricevere una di questo genere da mio nonno.
Per quanto riguarda i contenuti, beh sono esposti in modo da interessare il lettore, il quale se è completamente digiuno di filosofia ne rimarrà affascinato, e se invece ne mastica un po' apprezzerà la semplicità con cui sono spiegati.
Sono sicuro che anche chi non è appassionato di filosofia apprezzerebbe questo libro, perché lo si legge in una manciata di ore senza stancarsi, senza annoiarsi, e si rimane colpiti dal sentimento che l'autore ci ha messo dentro. E inoltre la chiarezza con cui i concetti sono esposti fanno sì che restino impressi senza alcuno sforzo.
De Crescenzo racconta, tra glia ltri, alcuni temi fondamentali quali l'Amore, la Conoscenza, l'Amicizia, il Peccato. Però il libro non è uno sterile saggio: è pieno di sofferenza quando l'autore racconta alcuni episodi della sua vita e alcuni suoi pensieri, passione quando descrive i precetti cui più tiene, speranza quando si raccomanda al nipote, ironia, in alcuni passaggi, che riuscirebbe a tenere viva l'attenzione anche del più svogliato tra i lettori. E queste emozioni escono dalle righe come fossero emanazioni, senza celarsi, senza nascondersi dietro retorica o sofisticatezza. E' una lettera, non un libro, e onestamente anche io ne avrei voluta ricevere una di questo genere da mio nonno.
Per quanto riguarda i contenuti, beh sono esposti in modo da interessare il lettore, il quale se è completamente digiuno di filosofia ne rimarrà affascinato, e se invece ne mastica un po' apprezzerà la semplicità con cui sono spiegati.
Sono sicuro che anche chi non è appassionato di filosofia apprezzerebbe questo libro, perché lo si legge in una manciata di ore senza stancarsi, senza annoiarsi, e si rimane colpiti dal sentimento che l'autore ci ha messo dentro. E inoltre la chiarezza con cui i concetti sono esposti fanno sì che restino impressi senza alcuno sforzo.
mercoledì 8 dicembre 2010
De Brevitate Vitae - Seneca
15:21 | Pubblicato da
Pensatore silenzioso |
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La lunghezza della vita non si misura dai capelli bianchi o dalle rughe: non è un vivere questo, è solo un esistere a lungo
Il De Brevitate Vitae è un...dialogo senecano? Boh, così lo definisce il curatore del libro, quindi così sia. E' un libricino molto piccolo, si legge in un'oretta o meno, sono 20 capitoli di una paginetta ciascuno.
Lasciando stare la scelta di scrivere metà libro di NOTE, e 10 pagine di introduzione, meglio focalizzare l'attenzione sul testo.
E' riportata sia la versione in latino sia, ovviamente, la traduzione. Quest'ultima non è per nulla semplificata, tanto che a volte per capire i collegamenti tra le frasi ho dovuto guardare la versione in latino, e con questo credo di essere stato chiaro. Però Seneca scriveva così e il traduttore ha scelto di mantenere le costruzioni, scelta sua, che apprezzo. Non tanto per la fatica che questo gli è costato, quanto piuttosto perché in questo modo il De Brevitate Vitae non è stato ridotto ad un raccontino, rimanendo un grande trattato bello da leggere e su cui sbattere la testa in alcuni punti. Alcuni periodi li ho dovuti leggere più di tre volte. Ma io in fondo amo sbattere la testa su cose che mi piacciono.
Passiamo ora ai contenuti. Seneca sembra proprio avercela con chi spreca la propria vita e poi si lamenta dicendo "quanto è breve la vita!". Per lui la vita non è affatto breve, anzi è decisamente lunga, il problema sta nel fatto che i pazzi (che per gli stoici sono tutti i non virtuosi, perché per loro una cosa o è bianca o è nera) sprechino la maggior parte del loro tempo. Tanto che arrivati all'età anziana, tolte tutte le perdite di tempo, risulta ben poco il tempo "vissuto" rispetto al tempo "trascorso". Per Seneca è fondamentale la differenza, tanto da essere la chiave del libro. Per diversi capitoli inveisce contro quelli che passano il loro tempo dal barbiere a mettersi a posto fino all'ultimo capello, quelli che passano il loro tempo tra processi, accuse, giudizi, e tutto il resto.
Dobbiamo dedicarci a noi stessi. Perché dedicarci agli altri, e lasciare che altri si dedicano a noi, piuttosto che dedicarsi ognuno a se stesso? Così il tempo andrebbe usato, ed è proprio questo ciò che Seneca consiglia al dedicatario (tale Paolo o Paolino, che dir si voglia). Non dobbiamo "perdere" tempo facendo nulla o qualcosa di non utile. Anche studiare è spesso inutile, come dice Seneca. "Che senso ha scoprire quanti rematori aveva Ulisse sulla sua nave? A cosa serve scoprire se è stata scritta prima l'Iliade o l'Odissea? A nulla, quindi perché perderci tempo? Questo non ti farà passare per sapiente, ma per saccente!"
Altra cosa importante ed interessante che emerge dal libro, è la concezione che Seneca ci da del Tempo.
Per lui il passato corrisponde a: certo, vissuto, non modificabile, non alienabile. Proprio per questo per lui il pazzo non ha un passato, perché non avendo vissuto non può avere ricordi. E la cosa interessante, è che per lui leggendo le opere del passato, si possono accumulare nuovi ricordi, e quindi estendere il proprio vissuto, la propria vita.
Il futuro è incerto e troppo mitigato dalla fortuna, quindi è stupido preoccuparsene.
Il presente, invece, è la nostra "occasione" di vivere. Non dobbiamo programmare ma fare quello che dobbiamo fare subito. Non dobbiamo sprecare il tempo, è questa la chiave.
Contro il programmare Seneca è chiaro. "Programmando, il soggetto sprecherà i giorni che lo separano dalla cosa programmata, sprecando molto più tempo di quanto poi ne spenderà in quella tale cosa."
Insomma, una lettura molto piacevole ed illuminante, che mette la voglia di vivere. Perché Seneca è diretto, porta esempi di vite che ci sono vicine e in cui ci rispecchiamo, accorgendoci che noi, come i pazzi, sprechiamo gran parte del nostro tempo.
L'apprendistato della vita dura per tutta la vita e, cosa di cui forse ti stupirai, tutta la vita è un apprendistato della morte
martedì 7 dicembre 2010
Perché tanta fretta?
22:24 | Pubblicato da
Pensatore silenzioso |
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Sempre in più cose oggi abbiamo fretta. Come se tutto dovesse finire a breve (nessun riferimento al 2012!), come se tutti avessero colto la fugacità della vita e ne fossero terrorizzati, come se mancasse il tempo. Beh, manco a dirlo, non sono d'accordo con questo modo di fare, cui invece appartengono quasi tutte le persone che conosco.
Sempre prima i ragazzi vogliono fare le loro prime esperienze, di qualsiasi tipo, bruciando le tappe. Non la capisco questa fretta, quest'ansia, questa preoccupazione. Non la capisco vuol dire che non riesco a spiegarmela, o che comunque non sono d'accordo.
Se la vita viene vissuta così di corsa, si arriva a 20 anni che si è fatto ormai tutto e si può anche mettere la parola fine alla nostra vita. Beh, visto che la speranza di vita è sui 70 ed è intenzionata ad aumentare, qualcosa non torna. Una volta provato tutto, si perde un po' il gusto, e ci si rammarica di aver fatto tutto insieme e troppo precocemente. Ci si sentirà vecchi.
Non sarebbe forse meglio andare piano, rispettare i tempi (quelli naturali, non certo quelli imposti dalla cultura o dalla tradizione)? Non è forse soave sentirsi al passo con il proprio Io? E non è bellissimo godersi tutto e dare a tutto il tempo che richiede?
Direi proprio di sì. La voglia di fare qualcosa di nuovo è così bella, e credo vada goduta.
Sempre prima i ragazzi vogliono fare le loro prime esperienze, di qualsiasi tipo, bruciando le tappe. Non la capisco questa fretta, quest'ansia, questa preoccupazione. Non la capisco vuol dire che non riesco a spiegarmela, o che comunque non sono d'accordo.
Se la vita viene vissuta così di corsa, si arriva a 20 anni che si è fatto ormai tutto e si può anche mettere la parola fine alla nostra vita. Beh, visto che la speranza di vita è sui 70 ed è intenzionata ad aumentare, qualcosa non torna. Una volta provato tutto, si perde un po' il gusto, e ci si rammarica di aver fatto tutto insieme e troppo precocemente. Ci si sentirà vecchi.
Non sarebbe forse meglio andare piano, rispettare i tempi (quelli naturali, non certo quelli imposti dalla cultura o dalla tradizione)? Non è forse soave sentirsi al passo con il proprio Io? E non è bellissimo godersi tutto e dare a tutto il tempo che richiede?
Direi proprio di sì. La voglia di fare qualcosa di nuovo è così bella, e credo vada goduta.
giovedì 2 dicembre 2010
Immagine della donna
12:37 | Pubblicato da
Pensatore silenzioso |
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Il titolo dovrebbe essere "Pornografia Gratuita" però sarebbe stato equivoco chiamare un intervento in questo modo, quindi ho deciso di modificarlo.
Mi sembra chiaro di cosa voglia parlare, cioè del fatto che a qualsiasi ora, in qualunque programma televisivo si vedono continuamente ragazze seminude, riferimenti al sesso, spesso anche a quello non convenzionale. Ad esempio l'ultima pubblicità Dolce e Gabbana che si conclude con un inizio di un menage a trois, o molte altre che facevano riferimento al sesso omosessuale. E la cosa peggiore è che sono poche le persone veramente infastidite da questa cosa, cioè persone come me, che proprio si sono stufati.
Ad esempio Enrico Papi e Raffaella Fico. Cioè, hanno fatto 2 serie televisive (quelle prima di Transformat), di cui per fortuna non ricordo i nomi né altro, in cui Raffaella Fico non faceva altro che indossare vestitini pressoché inesistenti e il cameraman non faceva altro che inquadrarla da sotto. Se vi sembra normale che in un game show ci debba essere una ragazza seminuda senza che nessuno si lamenti, mah.
Anche il mercante in fiera, in cui della Gatta si vede praticamente tutto, oppure Colorado Cafè. Su quest'ultimo poi preferisco non parlare del fatto che, almeno nell'ultima edizione, le Coloradine erano le Pupe. E' davvero necessario metterle su un palco nude? Credo proprio di no.
Come tutti sanno, è una scelta pubblicitaria. La ragazza-immagine dovrebbe essere un modo per attirare i telespettatori. Ma se tutti togliessero questo schifo? Non sarebbe forse meglio? Già il fatto che si scelgano come vallette le ragazze belle perché fa pubblico, non basta?
Vedere Belen Rodriguez che si butta in piscina con movimenti sensuali, pubblicizza una promozione tim?
Gli esperti di marketing pensano che il pubblico venga colpito da quelle immagini, altrimenti ne avrebbero messe di altre. Quindi o gli esperti hanno ragione e siamo dei deficienti (per non dire dei malati, che sarebbe più corretto), oppure loro ci reputano tali erroneamente.
Però, visto che la cosa va avanti da più di un decennio, vuol dire che la loro scelta funziona, e quindi la prima conclusione è quella giusta.
Io posso pure capire una ragazza che stupra tutto ciò per cui le donne hanno lottato negli anni '70 perché vuole il successo e se ne frega della politica, però un minimo di pudore proprio? Ho sentito di fotomodelle che ritengono bella la nudità e mostrarsi nude. Beh, farlo in un calendario è una cosa a posto, perché effettivamente la nudità è bella e non ha nulla di negativo, però mettersi nude in programmi televisivi alle 8 di sera per attirare telespettatori è quanto meno volgare.
A questo punto vorrei chiarire una cosa. Io non sto incolpando le vallette, quanto piuttosto i direttori degli spettacoli o chi per loro decide come vestire le ragazze. Se loro richiedono che una ragazza deve mettersi una minigonna di 2 centimetri, se la ragazza dice di no non prende il posto e viene sostituita, quindi la capisco anche. Questo lo voglio specificare perché troppo spesso ho sentito insultare le ragazze, in particolar Belen, da persone che colgono il problema ma non ci hanno davvero ragionato. Se la Rodriguez si rifiutasse, la tim ne troverebbe un'altra e il problema resterebbe. Sono gli esperti di marketing che devono smetterla. I presentatori dovrebbero rifiutarsi di lavorare con una ragazza nuda al fianco,
Questa è quella che chiamo "Pornografia Gratuita", espressione con la quale indico la pornografia non richiesta, non necessaria, ma diffusa ovunque.
Mi sembra chiaro di cosa voglia parlare, cioè del fatto che a qualsiasi ora, in qualunque programma televisivo si vedono continuamente ragazze seminude, riferimenti al sesso, spesso anche a quello non convenzionale. Ad esempio l'ultima pubblicità Dolce e Gabbana che si conclude con un inizio di un menage a trois, o molte altre che facevano riferimento al sesso omosessuale. E la cosa peggiore è che sono poche le persone veramente infastidite da questa cosa, cioè persone come me, che proprio si sono stufati.
Ad esempio Enrico Papi e Raffaella Fico. Cioè, hanno fatto 2 serie televisive (quelle prima di Transformat), di cui per fortuna non ricordo i nomi né altro, in cui Raffaella Fico non faceva altro che indossare vestitini pressoché inesistenti e il cameraman non faceva altro che inquadrarla da sotto. Se vi sembra normale che in un game show ci debba essere una ragazza seminuda senza che nessuno si lamenti, mah.
Anche il mercante in fiera, in cui della Gatta si vede praticamente tutto, oppure Colorado Cafè. Su quest'ultimo poi preferisco non parlare del fatto che, almeno nell'ultima edizione, le Coloradine erano le Pupe. E' davvero necessario metterle su un palco nude? Credo proprio di no.
Come tutti sanno, è una scelta pubblicitaria. La ragazza-immagine dovrebbe essere un modo per attirare i telespettatori. Ma se tutti togliessero questo schifo? Non sarebbe forse meglio? Già il fatto che si scelgano come vallette le ragazze belle perché fa pubblico, non basta?
Vedere Belen Rodriguez che si butta in piscina con movimenti sensuali, pubblicizza una promozione tim?
Gli esperti di marketing pensano che il pubblico venga colpito da quelle immagini, altrimenti ne avrebbero messe di altre. Quindi o gli esperti hanno ragione e siamo dei deficienti (per non dire dei malati, che sarebbe più corretto), oppure loro ci reputano tali erroneamente.
Però, visto che la cosa va avanti da più di un decennio, vuol dire che la loro scelta funziona, e quindi la prima conclusione è quella giusta.
Io posso pure capire una ragazza che stupra tutto ciò per cui le donne hanno lottato negli anni '70 perché vuole il successo e se ne frega della politica, però un minimo di pudore proprio? Ho sentito di fotomodelle che ritengono bella la nudità e mostrarsi nude. Beh, farlo in un calendario è una cosa a posto, perché effettivamente la nudità è bella e non ha nulla di negativo, però mettersi nude in programmi televisivi alle 8 di sera per attirare telespettatori è quanto meno volgare.
A questo punto vorrei chiarire una cosa. Io non sto incolpando le vallette, quanto piuttosto i direttori degli spettacoli o chi per loro decide come vestire le ragazze. Se loro richiedono che una ragazza deve mettersi una minigonna di 2 centimetri, se la ragazza dice di no non prende il posto e viene sostituita, quindi la capisco anche. Questo lo voglio specificare perché troppo spesso ho sentito insultare le ragazze, in particolar Belen, da persone che colgono il problema ma non ci hanno davvero ragionato. Se la Rodriguez si rifiutasse, la tim ne troverebbe un'altra e il problema resterebbe. Sono gli esperti di marketing che devono smetterla. I presentatori dovrebbero rifiutarsi di lavorare con una ragazza nuda al fianco,
Questa è quella che chiamo "Pornografia Gratuita", espressione con la quale indico la pornografia non richiesta, non necessaria, ma diffusa ovunque.
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| Questo è un progetto tutto al femminile che cerca in qualche modo di cambiare le cose, fateci un salto! |
sabato 27 novembre 2010
Non sprecare questa vita - Dalai Lama
15:11 | Pubblicato da
Pensatore silenzioso |
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Ho letto recentemente questo libro-->Link
Come dice la trama, è una banale raccolta di massime. Non seguono un filo logico, e sono divise per categorie in un modo che ho trovato poco coerente. Nel senso che la divisione è molto forzata, visto che nessuna massima appartiene ad una sola categoria.
Per quanto riguarda i contenuti.. beh, il messaggio è senza dubbio bello. Il quattordicesimo Dalai Lama attraverso queste massime vuole diffondere un messaggio di pace e tolleranza.
Il libro è intriso di misticismo come è giusto che sia per un Buddhista, però è altresì privo di alcun fondamento logico nelle conclusioni delle massime. Cioè, apro una pagina a caso e leggo:
Per quanto riguarda poi la presentazione dei concetti, sorge un altro problema. Infatti il curatore del libro, non spiegando alcune parole chiave, rende buona parte delle massime accessibili solo a chi ha una buona conoscenza della filosofia buddhista.
In conclusione, mi risulta strano anche chiamarlo libro, leggerlo è stato molto difficile perché ho dovuto combattere contro la noia e alla fine non me n'è rimasto nulla. I bei messaggi vanno attualizzati e presentati in un certo modo, dire continuamente "siate tolleranti, porgete la mano al prossimo, siate compassionevoli" non serve a nulla.
Come dice la trama, è una banale raccolta di massime. Non seguono un filo logico, e sono divise per categorie in un modo che ho trovato poco coerente. Nel senso che la divisione è molto forzata, visto che nessuna massima appartiene ad una sola categoria.
Per quanto riguarda i contenuti.. beh, il messaggio è senza dubbio bello. Il quattordicesimo Dalai Lama attraverso queste massime vuole diffondere un messaggio di pace e tolleranza.
Il libro è intriso di misticismo come è giusto che sia per un Buddhista, però è altresì privo di alcun fondamento logico nelle conclusioni delle massime. Cioè, apro una pagina a caso e leggo:
Soffrire accresce la vostra forza interiore. Inoltre, desiderare di soffrire fa sparire la sofferenza.Non ha alcun senso...
Per quanto riguarda poi la presentazione dei concetti, sorge un altro problema. Infatti il curatore del libro, non spiegando alcune parole chiave, rende buona parte delle massime accessibili solo a chi ha una buona conoscenza della filosofia buddhista.
In conclusione, mi risulta strano anche chiamarlo libro, leggerlo è stato molto difficile perché ho dovuto combattere contro la noia e alla fine non me n'è rimasto nulla. I bei messaggi vanno attualizzati e presentati in un certo modo, dire continuamente "siate tolleranti, porgete la mano al prossimo, siate compassionevoli" non serve a nulla.
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- Pensatore silenzioso
- Ciò che mi passa per la testa, non è sempre esprimibile a parole. Però, io ci provo lo stesso.
Nato il 06/11/10
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